http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/Che_acqua_beviamo/1343090
I risultati di un’indagine sulle acque minerali indicano che urgono nuove regole per fissare i limiti di alcune sostanze dannose per la salute. Di Annamaria Lima, Domenico Cicchella, Lucia Giaccio, Enrico Dinelli, Stefano Albanese, Paolo Valera e Benedetto De Vivo L’Italia è il maggior consumatore al mondo di acqua minerale. Ogni anno ne entrano nelle nostre case 12 miliardi di litri, vale a dire circa 200 litri pro capite. E un italiano su due beve esclusivamente acqua imbottigliata. Sempre uno su due la considera più pura dell’acqua del rubinetto, uno su tre la reputa migliore al gusto, uno su sei dice che è «meno dura». Ma davvero sappiamo che cosa beviamo? E le acque minerali sono migliori dell’acqua distribuita dalla rete idrica? Come se ne valuta la qualità?http://cattaneo-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2010/05/05/arsenico-e-uranio-nellacqua-minerale/
Arsenico e uranio nell’acqua minerale
Tra gli elementi presenti in tracce nelle acque minerali italiane ci sono arsenico e uranio, ma anche alluminio, berillio, fluoro e altro ancora. Ma, soprattutto, i limiti che regolamentano i contenuti di questi elementi – alcuni dei quali potenzialmente pericolosi per la salute – nelle acque minerali sono più alti di quelli fissati per le acque potabili, se non, in alcuni casi addirittura inesistenti. Per questo sarebbe opportuno rivedere le normative in materia, in modo da allineare le acque minerali alle acque che sgorgano dai rubinetti di casa.
È questo, in sintesi, il contenuto di un articolo (http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/Che_acqua_beviamo/1343090) pubblicato sul numero di maggio di “Le Scienze”, in edicola da una settimana. Un articolo che reca la firma di sette scienziati delle Università di Napoli, del Sannio, di Bologna e di Cagliari, e che riassume i risultati italiani di una ricerca europea sulla qualità delle acque minerali imbottigliate.
L’articolo conclude, fortunatamente, che a parte alcuni casi in cui la presenza di elementi in tracce supera valori limite e linee guida, in generale la qualità dell’acqua è buona. Ma in tutte le acque ci sono tracce di elementi che potrebbero essere nocivi per la salute. E a volte queste tracce sono in concentrazione tale che se la stessa acqua fosse immessa nell’acquedotto sarebbe necessario un intervento di bonifica. È il caso, per esempio, del berillio.
Prima considerazione: in barba a tutti i principi di precauzione, anche l’acqua pura di sorgente non è pura. Perché prima di essere imbottigliata alla fonte attraversa terreni formati da rocce e minerali che contengono migliaia di composti diversi. E se ne portano dietro qualche traccia. A volte, invece, l’acqua trattata che viene immessa nell’acquedotto ha contenuti di queste sostanze più ridotti dell’acqua pura della sorgente. Così, tanto per ritornare su un argomento caro a Dario Bressanini, in questo caso il confronto tra “naturale” e “artificiale” (l’acqua pura imbottigliata alla fonte e quella trattata immessa nell’acquedotto) sembra segnare un punto a favore dell’artificiale. Consideratelo, se volete, un corollario all’ultimo, ottimo libro di Dario.
Forse qualcuno si starà chiedendo il perché di questo post. Perché a una settimana dall’uscita in edicola l’articolo di Benedetto De Vivo e colleghi non ha suscitato nessun interesse. L’articolo si intitola Che acqua beviamo?, ed è accompagnato da un mio maldestro editoriale, in cui segnalo l’esigenza di rivedere i limiti di alcune sostanze, come detto poche righe più su. Se avessimo titolato Arsenico e uranio nell’acqua minerale, come in questo post, facendo una bella copertina con una bottiglia di minerale con un teschio da pirati sull’etichetta, avremmo venduto molte più copie, e gli autori della ricerca sarebbero finiti sui TG in prima serata, completando in una settimana il giro delle sette chiese dei talk show, tra conduttori allarmati e showgirl di contorno a chiedere chiarezza in nome dei cittadini.
Invece? Niente. Non una parola sui giornali, per non parlare dell’informazione televisiva. Non un lamento delle associazioni dei consumatori, di solito fin troppo sensibili a questi argomenti. Il perché è presto detto. Perché nell’articolo di De Vivo e colleghi non c’è alcuna forma di terrorirmo mediatico. Si riportano i risultati di un’indagine scientifica, e li si commenta senza allarmismi e senza isterie.
Seconda e ultima considerazione: in questo paese sono state fatte campagne epocali sull’elettrosmog, tanto per fare un esempio, senza mai dire a nessuno che siamo quotidianamente esposti a radiazioni elettromagnetiche ionizzanti, come quella piccola frazione di ultravioletti che proviene dal Sole e riesce a supera lo schermo dell’atmosfera (è a questo che serve lo strato dell’ozono…).
E mi torna in mente, proprio perché l’ha ricordata Dario in “Pane e bugie”, la storia della cocaina nell’aria di Roma, roba del 2007. Tanto per tornare ai conticini che mi sono cari, c’è più alluminio (sospetto fattore di rischio per l’insorgenza della malattia di Alzheimer) in 400 bottiglie (lo scaffale di un supermercato) di una certa marca di acqua minerale che cocaina in tutta l’aria di Roma. Eppure la cocaina nell’aria di Roma ha trovato spazio su tutti i quotidiani.
Ieri qualcuno diceva che in Italia c’è fin troppa libertà di stampa. Se poi cercate la qualità dell’informazione, la trovate. In tracce.



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